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Secondo uno studio condotto dalla Chicago Booth School of Business, attraverso un sondaggio che ha analizzato 205 soggetti di una età compresa fra i 18 e 85 anni,   facebook e twitter creano più dipendenza dell’alcol e delle sigarette.

Non c’è niente da fare… i racconti che creiamo intorno all’uso del web strutturano il nostro immaginario su internet.

Questo studio è si è svolto durante una giornata tipo dei vari soggetti e ne emerso appunto che il bisogno di sapere se ci sono novità che ci riguardano più o meno è più forte di quello di fumare e di bere.

Ormai i social network hanno ci hanno reso dipendenti dalla comunicazione. Quest’ultima si trova infatti, insieme al lavoro,  in cima alle attività a cui pensiamo maggiormente dopo il sesso e al dormire.

Wilhelm Hofmann, il docente di scienze comportamentali che ha diretto la ricerca che verrà pubblicata su Psycological Science, ha spiegato:

Il fatto che il sonno ed il piacere siano i desideri più problematici suggerisce l’esistenza di tensioni pervasive fra inclinazioni naturali al riposo ed al relax e la moltitudine di lavoro e gli altri obblighi. In confronto può anche essere più difficile resistere ai desideri connessi ai media a causa della loro elevata disponibilità e anche perché ci sembra che non ci costi troppo impegnarci in queste attività, anche se si vuol resistere”.

Basta non esagerare con questa dipendenza 😀

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Tra gaffe e dichiarazioni che abbiano ascoltato e potuto leggere sui giornali negli ultimi periodi sulla “questione lavoro”, ognuno ha avuto da ridire sulla indelicatezza o comunque superficialità con cui sono state dette certe parole, anche perché alcune (a mio avviso soprattutto le ultime espresse dal ministro dell’interno) possono essere considerate anche offensive in quanto presa in giro:

il posto fisso è monotono (M.Monti);

sulla riforma del lavoro «non si può tergiversare». E ancora: «Il posto fisso è un’illusione e perciò non può essere promesso» (E. Fornero);

gli italiani cercano lavoro vicino mamma e papà (A.Cancellieri).

Si vede che la Cancellieri non è bene informata. Si perché secondo un’indagine elaborata dall’Isfol

  •  il 72 % dei giovani fra i 20 e i 34 anni è disponibile a spostarsi pur di trovare lavoro
  •  Il 17 % mette in conto di vivere in un altro paese europeo
  •  quasi il 10 % è disponibile anche a cambiare continente
Da questo articolo di La Repubblica emerge che:

Nel 2010, dati Svimez, quasi 60 mila laureati si sono spostati dal Sud a Nord per motivi di lavoro (oltre 18 mila con cambio di residenza) e 1.200 sono “fuggiti” all’estero. Almalaurea certifica che solo il 3,8 per cento dei laureati italiani non è disponibile a trasferimenti. Di fatto, ad un anno dalla tesi, i laureati meridionali lavoro a 214 chilometri di distanza media dal comune di nascita, ma la media italiana è comunque alta (88 Km). La disponibilità a spostarsi aumenta all’aumentare del reddito della famiglia di provenienza. “Einaudi diceva che per governare bisogna conoscere” ricorda Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea “affermare che i giovani tendono all’immobilismo è un errore smentito dalle cifre. Non è poggiando su vecchi luoghi comuni che troveremo la strada per uscire dalla crisi”.

Skoda – Curriculum Vitae from weareflink on Vimeo.

Per concludere l’agenzia tedesca Weareflink ha creato questo bellissimo spot per Skoda, che racconta molto bene tutti i sogni e le aspettative che si hanno quando si scrive e si spedisce un curriculum, nella speranza che finisca nelle mani giuste, e che venga capito e apprezzato.

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I partiti stanno giocando col fuoco, e se ne rendono conto solo in parte. Delegare a un governo tecnico l’onere di quelle decisioni che loro non avrebbero potuto prendere per non farsi attaccare dal proprio elettorato sembrava una furbata. Già, sembrava. Ma non lo è stato. Perché la gente non è fessa, e comincia a fare confronti. Non solo, ma si rende conto che si può vivere anche senza quei personaggi che dominavano i pastoni politici televisivi. Insomma, il pericolo che i vari Bersani, Casini, Alfano, ma anche Di Pietro e Maroni stanno correndo è quello dell’irrilevanza. Rischiano di fare come quei rampolli imprenditoriali che hanno dovuto dare in mano la loro azienda ai manager perché non sapevano più mandarla avanti, e poi ogni tanto mettono bocca per ricordare a sé stessi e agli altri la propria esistenza, e parlano di strategie che nessuno mai seguirà. L’opinione pubblica vede che il governo non solo ha fatto l’ennesima manovra “lacrime e sangue”, ma ha anche tracciato riforme e liberalizzazioni di cui si sentiva parlare da anni e anni senza che nessuno provasse a vararle davvero. Si parlava dei “tecnici” di Monti quasi come degli elettricisti, buoni solo per l’ordinaria amministrazione, curatori fallimentari chiamati solo a gestire la fase di crisi. E invece questi, zac!, solo perché non hanno dei partiti a cui fare riferimento, o un elettorato preferenziale da blandire, hanno sfornato in due mesi più provvedimenti di Berlusconi e Prodi messi insieme, e ora promettono addirittura la riforma del mercato del lavoro.

Ma come è stato possibile tutto questo? La risposta purtroppo è semplice: con l’abdicazione progressiva della politica rispetto al suo ruolo, di cui la ritirata strategica per “mandare avanti” i tecnici di Monti è stata solo l’ultimo, inglorioso capitolo. Mi spiego: se chiediamo a un italiano medio di raccontare gli ultimi due anni della politica italiana ci risponderà invariabilmente che ricorda solo i tentativi di Berlusconi di restare al governo e degli anti-berlusconiani di farlo fuori. Poi, incalzato, riuscirà a ricordare tutte le richieste che ci ha fatto la Commissione Europea, oppure la Banca Centrale Europea o qualsiasi altra istanza dell’Unione per rimetterci in regola, e i nostri tentativi di obbedire, ma solo in parte, e comunque senza esagerare in sacrifici. Fine. La politica italiana è stata per troppo tempo solo questo: un interminabile braccio di ferro tra gli uomini del Cavaliere e i loro avversari, e molti diktat dell’Europa, che di fatto ci ha dettato sempre più direttamente tutte le linee economiche. Ma se non c’è stato nulla di meglio, se non ci ritorna in mente nient’altro, se non siamo in grado di ricordare una buon scelta di destra che abbia caratterizzato i governi Berlusconi e una buona scelta di sinistra che abbia contraddistinto i governi suoi avversari, come potremmo ora sentire la mancanza della politica?

La destra ha sempre accusato la sinistra di essere “il partito delle tasse”, eppure coi governi Pdl-Lega le tasse sono arrivate al massimo storico. La sinistra ha sempre accusato la destra di sabotare la giustizia, eppure l’ultima volta che ha governato ha messo Mastella come guardasigilli e ha subito fatto l’indulto. L’establishment politico non può certo stupirsi che proprio ora torni in auge tutta la tematica della casta. Il sottotesto è sempre più chiaro: non fanno altro che danni, rubano, si danno stipendi e prebende faraoniche e poi chiedono i sacrifici a tutti ma non a loro stessi. E il bello è che gli interessati se ne offendono. Non passa giorno senza che qualche persona responsabile si faccia viva con voce preoccupata per dire: per favore, non alimentate quest’ondata di qualunquismo contro la politica. La risposta a costoro è purtroppo facile: quest’ondata l’avete alimentata voi stessi. La politica dovrebbe esser fatta di ideali, strategie, programmi, scelte, uomini, rispetto ai quali il corpo elettorale deve poter scegliere. Nella attuale notte buia della politica non riusciamo a distinguere nulla, se non i profili di figure che conosciamo, che sono state nemiche e poi alleate e poi ancora nemiche e così via. Guidano partiti che hanno cambiato nome due o tre volte in pochi anni, e forse si accingono a cambiarlo ancora. Fossi davvero qualunquista direi: “alla fine li riconosceremo dalle impronte digitali”. Invece spero di distinguerli, prima o poi, per le loro idee. Ma temo di essere troppo ottimista.

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